F.A.Q.
Domande e Risposte

Da chi è promosso il referendum?

Il referendum consultivo è stato convocato dalla Regione Veneto con decreto del Presidente della Regione il 24 aprile di quest’anno, dopo che la Corte Costituzionale ha autorizzato uno dei 5 quesiti proposti dalla legge regionale n. 15 del 19 giugno 2014. Tre dei quattro quesiti bocciati dalla Corte riguardavano la materie fiscali (che non possono essere sottoposte a referendum) e l’altro recitava «Vuoi che la Regione del Veneto diventi una regione a statuto speciale?».

In aggiunta al referendum autonomista, il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato altresì la legge regionale n. 16 del 2014, concernente l’indizione di un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. La legge è stata dichiarata incostituzionale.

A livello politico, il sì è sostenuto da Luca Zaia e dalla sua maggioranza regionale (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Anche il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico sostengono il Sì al referendum.

Si terrà il 22 ottobre, data scelta in corrispondenza del plebiscito del 1866 con cui il Veneto decise di essere annesso al Regno d’Italia. Zaia ha detto «noi speriamo che il nostro referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 e che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione».

Qual è il quesito?

Il quesito su cui tutti gli elettori residenti in Veneto saranno chiamati a votare recita: «Vuoi che alla regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni di autonomia?».

A leggere questa domanda, parrebbe tutto semplice: si vota sì e il Veneto avrà l’autonomia. Questa è la prima delle prese in giro, poiché non c’è nessun automatismo tra il successo del referendum e l’ottenere «ulteriori forme di autonomia», né politica né fiscale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, infatti, l’articolo 116 della Carta prevede la possibilità per le Regioni di ottenere particolari condizioni di autonomia in alcuni precisati ambiti. Lo stesso articolo prevede anche una procedura molto chiara: la Regione deve trattare col Governo, dopo una consultazione con gli enti locali, per arrivare ad una proposta di legge che deve poi essere approvata dal Parlamento italiano a maggioranza assoluta (e non, come le leggi ordinarie, a maggioranza semplice). Né la Costituzione peraltro le stesse schede tecniche della Regione Veneto [link: https://www.regione.veneto.it/static/www/decentramento-e-federalismo/IlVenetoelasfidadelfederalismo.pdf] fanno riferimento alla necessità di indire un referendum, che rimane solo uno strumento politico nelle mani di chi lo ha voluto.

Questo è l’unico quesito proposto dalla Regione che è sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha specificato che questo referendum non può influenzare giuridicamente il percorso tra Governo e Regione in quanto “si colloca in una fase anteriore ed esterna” al percorso indicato dall’articolo 116.

In aggiunta al referendum autonomista, il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato altresì la legge regionale n. 16 del 2014, concernente l’indizione di un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. La legge è stata dichiarata incostituzionale.

A livello politico, il sì è sostenuto da Luca Zaia e dalla sua maggioranza regionale (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Anche il Movimento 5 Stelle e molti esponenti del Partito Democratico sostengono il sì al referendum.

Si terrà il 22 ottobre, data scelta in corrispondenza del plebiscito del 1866 con cui il Veneto decise di essere annesso al Regno d’Italia. Zaia ha detto «noi speriamo che il nostro referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 e che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione».

Se non è vincolante, perché farlo?

Il referendum è consultivo. Zaia dice di averlo convocato per aprire la «questione veneta» e dar forma al «sogno autonomista-indipendentista». Sostanzialmente, Zaia vuole un gesto simbolico per rafforzare il suo peso politico, a suo esclusivo beneficio: la consultazione viene usata come arma di distrazione per nascondere anni di inefficienza e mala gestione dell’ente regionale. Non è infatti un caso che il referendum sia stato convocato proprio adesso dopo una lunga serie di scandali che hanno coinvolto la classe dirigente regionale.

A leggere questa domanda, parrebbe tutto semplice: si vota sì e il Veneto avrà l’autonomia. Questa è la prima delle prese in giro, poiché non c’è nessun automatismo tra il successo del referendum e l’ottenere «ulteriori forme di autonomia», né politica né fiscale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, infatti, l’articolo 116 della Carta prevede la possibilità per le Regioni di ottenere particolari condizioni di autonomia in alcuni precisati ambiti. Lo stesso articolo prevede anche una procedura molto chiara: la Regione deve trattare col Governo, dopo una consultazione con gli enti locali, per arrivare ad una proposta di legge che deve poi essere approvata dal Parlamento italiano a maggioranza assoluta (e non, come le leggi ordinarie, a maggioranza semplice). Né la Costituzione peraltro le stesse schede tecniche della Regione Veneto [link: https://www.regione.veneto.it/static/www/decentramento-e-federalismo/IlVenetoelasfidadelfederalismo.pdf] fanno riferimento alla necessità di indire un referendum, che rimane solo uno strumento politico nelle mani di chi lo ha voluto.

Questo è l’unico quesito proposto dalla Regione che è sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha specificato che questo referendum non può influenzare giuridicamente il percorso tra Governo e Regione in quanto “si colloca in una fase anteriore ed esterna” al percorso indicato dall’articolo 116.

In aggiunta al referendum autonomista, il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato altresì la legge regionale n. 16 del 2014, concernente l’indizione di un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. La legge è stata dichiarata incostituzionale.

A livello politico, il sì è sostenuto da Luca Zaia e dalla sua maggioranza regionale (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Anche il Movimento 5 Stelle e molti esponenti del Partito Democratico sostengono il sì al referendum.

Si terrà il 22 ottobre, data scelta in corrispondenza del plebiscito del 1866 con cui il Veneto decise di essere annesso al Regno d’Italia. Zaia ha detto «noi speriamo che il nostro referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 e che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione».

C’è un quorum?

Il referendum non prevede un quorum per essere valido, in quanto è solo consultivo e non ha alcun effetto diretto nel far ottenere al Veneto l’autonomia. La legittimazione quindi deriverà solo da quante persone andranno a votare.

Lo Statuto della Regione Veneto prevede una sola conseguenza se l’affluenza supera il 50%, ovvero l’obbligo per il Consiglio Regionale di affrontare il tema oggetto del referendum entro 90 giorni dai risultati.

A leggere questa domanda, parrebbe tutto semplice: si vota sì e il Veneto avrà l’autonomia. Questa è la prima delle prese in giro, poiché non c’è nessun automatismo tra il successo del referendum e l’ottenere «ulteriori forme di autonomia», né politica né fiscale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, infatti, l’articolo 116 della Carta prevede la possibilità per le Regioni di ottenere particolari condizioni di autonomia in alcuni precisati ambiti. Lo stesso articolo prevede anche una procedura molto chiara: la Regione deve trattare col Governo, dopo una consultazione con gli enti locali, per arrivare ad una proposta di legge che deve poi essere approvata dal Parlamento italiano a maggioranza assoluta (e non, come le leggi ordinarie, a maggioranza semplice). Né la Costituzione peraltro le stesse schede tecniche della Regione Veneto [link: https://www.regione.veneto.it/static/www/decentramento-e-federalismo/IlVenetoelasfidadelfederalismo.pdf] fanno riferimento alla necessità di indire un referendum, che rimane solo uno strumento politico nelle mani di chi lo ha voluto.

Questo è l’unico quesito proposto dalla Regione che è sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha specificato che questo referendum non può influenzare giuridicamente il percorso tra Governo e Regione in quanto “si colloca in una fase anteriore ed esterna” al percorso indicato dall’articolo 116.

In aggiunta al referendum autonomista, il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato altresì la legge regionale n. 16 del 2014, concernente l’indizione di un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. La legge è stata dichiarata incostituzionale.

A livello politico, il sì è sostenuto da Luca Zaia e dalla sua maggioranza regionale (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Anche il Movimento 5 Stelle e molti esponenti del Partito Democratico sostengono il sì al referendum.

Si terrà il 22 ottobre, data scelta in corrispondenza del plebiscito del 1866 con cui il Veneto decise di essere annesso al Regno d’Italia. Zaia ha detto «noi speriamo che il nostro referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 e che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione».

Perché l’astensione?

La democrazia non è solo forma, è anche sostanza. Usare un referendum a solo scopo propagandistico, piegandolo a logiche di pura bottega, è un insulto ad uno strumento importante di democrazia. Tanto più se per farlo si usano milioni di euro pubblici.

Noi non vogliamo legittimare in alcun modo questa scelta fatta da chi ci governa a Venezia: per questo abbiamo deciso di non prendervi parte, astenendoci. Non sarà infatti importante la percentuale di sì o di no, ma quanti decideranno di recarsi alle urne per firmare un assegno in bianco a Zaia & Co.

Lo Statuto della Regione Veneto prevede una sola conseguenza se l’affluenza supera il 50%, ovvero l’obbligo per il Consiglio Regionale di affrontare il tema oggetto del referendum entro 90 giorni dai risultati.

A leggere questa domanda, parrebbe tutto semplice: si vota sì e il Veneto avrà l’autonomia. Questa è la prima delle prese in giro, poiché non c’è nessun automatismo tra il successo del referendum e l’ottenere «ulteriori forme di autonomia», né politica né fiscale. Dopo la riforma costituzionale del 2001, infatti, l’articolo 116 della Carta prevede la possibilità per le Regioni di ottenere particolari condizioni di autonomia in alcuni precisati ambiti. Lo stesso articolo prevede anche una procedura molto chiara: la Regione deve trattare col Governo, dopo una consultazione con gli enti locali, per arrivare ad una proposta di legge che deve poi essere approvata dal Parlamento italiano a maggioranza assoluta (e non, come le leggi ordinarie, a maggioranza semplice). Né la Costituzione peraltro le stesse schede tecniche della Regione Veneto [link: https://www.regione.veneto.it/static/www/decentramento-e-federalismo/IlVenetoelasfidadelfederalismo.pdf] fanno riferimento alla necessità di indire un referendum, che rimane solo uno strumento politico nelle mani di chi lo ha voluto.

Questo è l’unico quesito proposto dalla Regione che è sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha specificato che questo referendum non può influenzare giuridicamente il percorso tra Governo e Regione in quanto “si colloca in una fase anteriore ed esterna” al percorso indicato dall’articolo 116.

In aggiunta al referendum autonomista, il Consiglio regionale del Veneto aveva approvato altresì la legge regionale n. 16 del 2014, concernente l’indizione di un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. La legge è stata dichiarata incostituzionale.

A livello politico, il sì è sostenuto da Luca Zaia e dalla sua maggioranza regionale (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Anche il Movimento 5 Stelle e molti esponenti del Partito Democratico sostengono il sì al referendum.

Si terrà il 22 ottobre, data scelta in corrispondenza del plebiscito del 1866 con cui il Veneto decise di essere annesso al Regno d’Italia. Zaia ha detto «noi speriamo che il nostro referendum si trasformi nella risposta corale dei veneti a quel plebiscito del 1866 e che il Veneto voti compatto, dichiarando anzitutto e soprattutto la propria autonomia e la sua storica e genetica voglia di autodeterminazione».

Perché non votare scheda bianca o no?

Votare a questo referendum significa legittimare la sua valenza politica, a solo beneficio dei promotori del referendum – i parti che governano da vent’anni a Venezia – e di chi vuole fregiarsi dei risultati di questa consultazione. Per questo non sosteniamo la scheda bianca come forma di dissenso manifesto.

Inoltre vogliamo ribadirlo in maniera chiara: noi non siamo contro l’autonomia, per cui non potremo mai sostenere il no al referendum.

Ma siete contro l’autonomia?

Lo ribadiamo ancora una volta: non siamo contro l’autonomia.

L’autonomia è una cosa serie e importante. Noi crediamo in un’autonomia che serva le comunità locali, che permetta ai cittadini di poter determinare più direttamente i servizi e le priorità del governo nel proprio territorio. Crediamo che i cittadini del Veneto abbiano tutto il diritto di vedersi riconosciute tali forme di autonomia. Tutto ciò però non riguarda il referendum, bensì il contenuto delle trattative tra governo e Regione: una strada mai percorsa da chi ha amministrato il Veneto dal 2001 ad oggi

Inoltre vogliamo ribadirlo in maniera chiara: noi non siamo contro l’autonomia, per cui non potremo mai sostenere il no al referendum.